
Con Blue Jasmine arriva, quindi, puntuale l’incontro fra Woody Allen e i suoi fan: fra il tragico e la farsa, scostandosi dalla produzione degli ultimi anni e omaggiando l’Elia Kazan di Un tram chiamato desiderio (1951), il 78enne regista americano racconta nuovamente il fallimento, la depressione e l’impossibilità di redimersi, forte delle interpretazioni solide e convincenti delle protagonista femminili, due sorelle che si scontrano in una gara all’infelicità nel continuo tentativo di definirsi in relazione a un uomo. E incappando sempre in quello sbagliato.
Fragilissima e ostinata, irritante e indifesa, Jasmine è probabilmente il personaggio più cupo e drammatico del cinema di Allen: non bastano a illuminarla neanche i rari momenti comici che punteggiano la sceneggiatura: rimarrà deluso, quindi, chi si aspetta i consueti dialoghi brillanti che da sempre fanno memorabili i suoi film. A mancare, è anche quella capacità di analisi psicologica di cui il regista ha dato più volte prova: il film finisce quindi per tratteggiare il mondo di Jasmine, rigido e senza sfumature, in modo frettoloso e piuttosto piatto. Una occasione non pienamente colta per Woody e un po’ di amaro in bocca per gli spettatori.
Voto: 6 e mezzo
Una frase: “Potete evitare di litigare? Non lo sopporto: il mio Xanax non sta funzionando”.
Per chi: per donne sull’orlo di una crisi di nervi
