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Lode a Evaristo, la finestra sul Meazza si chiude

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C’è una finestra a Milano, con vista su San Siro, da cui per anni si è affacciato un signore che a quello stadio aveva consegnato la sua versione migliore. Si chiamava Evaristo Beccalossi, numero 10, eroe dell’Inter alla fine degli anni Settanta: è morto stanotte a Brescia, sei giorni prima di compiere settant’anni, tre giorni dopo il ventunesimo scudetto nerazzurro (lo stadio dietro la sua finestra, intanto, è stato venduto e Milano si è divisa sul suo destino). Il calcio le sue cose le racconta con i numeri. Sei stagioni in nerazzurro, il decimo scudetto (prima stella sulla maglia) nel 1980, una Coppa Italia, 37 reti in 215 partite. La storia milanese di Beccalossi, però, sta da un’altra parte. Sta in un monologo teatrale del 1992 e in quella finestra.

Il monologo

Nel 1992 il comico Paolo Rossi, interista e milanese di adozione, allievo della scuola di Dario Fo, porta in scena uno spettacolo intitolato “Si fa presto a dire pirla”. Dentro c’è un pezzo che si chiama “Lode a Evaristo Beccalossi”. L’attacco è una dichiarazione sproporzionata: paragona Becca a Charlie Parker. “Due grandi talenti della cultura mondiale”, “due modi diversi di essere immortali”. Il pezzo si regge sul racconto del 15 settembre 1982, San Siro, Coppa delle Coppe contro lo Slovan Bratislava. Beccalossi, che fino a quel momento dal dischetto non sbagliava quasi mai, ne fallisce due in cinque minuti. Per la cronaca sportiva è una serata storta. Per Paolo Rossi è un capolavoro. Il numero dieci che si prende la responsabilità di ritirare il rigore dopo aver appena fallito davanti a ottantamila persone è esattamente quello che il jazzista cerca quando improvvisa: il rischio puro, la possibilità del fallimento come condizione del talento.

Da quel monologo, una generazione di milanesi non interisti ha imparato chi fosse Beccalossi. È il caso classico in cui la cultura pop strappa un calciatore all’archivio della Gazzetta dello Sport e lo porta dentro un altro mestiere. Becca diventa, per via teatrale, una figura sulla discontinuità del talento, sul diritto al fallimento, sulla bellezza dell’antieroe. Un personaggio della Milano colta, non solo della Milano pallonara. L’avvocato Prisco, storico vicepresidente dell’Inter e altra icona della Milano che fu, aveva detto del Becca: “Lui non giocava con il pallone, era il pallone che giocava con lui. Lui non lo calciava, l’accarezzava”.

La finestra

Beccalossi era bresciano, lì è tornato a vivere gli ultimi anni. Ma per molto tempo, come lui stesso ribadiva nelle interviste, ha tenuto una casa a Milano con vista sul Meazza. Una finestra sullo stadio dove aveva fatto il suo mestiere. Una di quelle finestre che, in una città dove l’immobiliare è una religione laica, valgono qualcosa che non si misura solo al metro quadro.

Quella finestra, oggi, guarda un cantiere annunciato. Il 5 novembre 2025 il Comune di Milano ha venduto a Inter e Milan il Meazza e l’area circostante. Dopo novant’anni, lo stadio non è più della città. I lavori del nuovo impianto partiranno nella seconda metà del 2027 e il nuovo stadio dovrebbe aprire entro il 2031. A quel punto, scatterà la demolizione del Meazza: il 91% della struttura verrà tirato giù. Resterà soltanto un angolo sud-est, una porzione di tribuna arancio e di Curva Sud, come un dente conservato per pietà filologica. Beccalossi se ne va nei mesi in cui il Meazza, da contenitore di partite, diventa ufficialmente oggetto destinato alla demolizione..

L’eredità emotiva

Resta il monologo, riproducibile su YouTube, ancora vivo nei teatri quando Paolo Rossi lo ripesca. Resta una città che, mentre demolisce il proprio stadio più iconico, si accorge di aver perso anche la persona che, in quello stadio, aveva incarnato un’idea precisa: il talento come dono intermittente, la grazia come errore controllato, il numero dieci come categoria poetica prima che tattica. A Milano si fa una grande retorica della performance. Beccalossi, dalla sua finestra sul Meazza, rappresentava l’opposto: l’ipotesi che la bellezza arrivi quando vuole lei, e che valga la pena aspettarla anche se sbaglia due rigori di fila.