
Il governo sovietico invia a Parigi tre agenti, Iranoff, Bulianoff e Kopalski, per rivendere i gioielli confiscati alla granduchessa Swana, nobildonna esule a Parigi dopo la Rivoluzione russa. La donna incarica però il proprio amante, il conte Leon, di impedirne la vendita e permetterle di riappropriarsene; Leon avvicina i tre uomini e li avvia ai piaceri della vita parigina. La notizia del loro comportamento scandaloso arriva alle orecchie del governo russo, che invia presso di loro il proprio migliore ispettore: l’integerrima Nina Yakusciova.
Nel film, sceneggiato da Billy Wilder e Charles Brackett, Lubitsch allestisce il suo mondo di grandi alberghi, porte girevoli e nobiltà squattrinata: Parigi, con il suo dolce delirio d’amore e champagne, scioglie anche l’inflessibile Ninotchka. La Garbo ride, ed è una risata di resa a una vita nuova, una risata d’addio all’edificazione socialista: formidabile per potere pubblicitario, perfetta per messinscena comica, ma carica di presagi (lei non riuscì a produrne il suono, fornito al montaggio dalla voce di un’altra), quella risata fu il principio della fine anche per la carriera della diva.
Resta il fatto che questo si è rivelato nel tempo il suo film più resistente e popolare, e di Greta Garbo rimane oggi più Ninotchka di quanto rimangano Anna Karenina, Margherita Gauthier o la regina Cristina. E resterà per sempre, nell’olimpo delle battute memorabili, quel suo languido, alcolico chiedere tempo al fuoco dell’ideologia: “Compagni! La rivoluzione è in marcia, le bombe cadranno, la civiltà crollerà a pezzi. Ma per favore, non adesso…”.
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