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Jago dialoga con Caravaggio alla Pinacoteca Ambrosiana. Due nature morte a confronto

jago natura morta ambrosiana
ph. Stefano Teodori

Una canestra piena di armi. Fucili, pistole e caricatori restano in bilico sul bordo del cesto di vimini, quasi come un tetro invito. Il candore innocente del marmo porta la firma di Jago, uno degli artisti contemporanei più politici del nostro tempo, che pone in dialogo la sua “Natura morta” con la “Canestra di frutta di Caravaggio” alla Pinacoteca Ambrosiana di Milano. Un confronto curato da Teresa Benedetti e visitabile dall’8 maggio al 4 novembre 2025.

La natura della morte

La natura morta di Caravaggio ha l’immagine apparente dell’innocenza, della frutta come elemento quasi “casalingo”, riposta in ordine all’interno di un cesto di semplice vimini intrecciato. Guardando più attentamente si cominciano a notare dettagli inquietanti: la frutta sta marcendo, quella mela è bacata, le foglie sono avvizzite e gli acini d’uva si stanno seccando. Un rimando silenzioso al lento declino della vita, un “memento mori”, quel famoso “Ricordati che devi morire” a cui ormai tutti noi rispondiamo con il classico “si si, mo’ me lo segno“.

Michelangelo Merisi detto Caravaggio, Canestra di frutta, 1597-1600, Olio su tela, cm 47×61, Veneranda Biblioteca Ambrosiana, Pinacoteca – Milano,
©Veneranda Biblioteca Ambrosiana / Mondadori Portfolio

All’opera del tormentato artista milanese risponde Jago, scultore che ha fatto del marmo bianco e del riferimento al classico la sua firma. La sua canestra non è di frutta, ma di armi. La vita è sostituita dal freddo dell’acciaio, le foglie che sporgono dalla canestra sono le canne dei fucili. A rimanere, insieme al contenitore, è il contenuto semantico. Il richiamo alla morte, non più però come elemento ineluttabile della vita, ma come uccisione violenta, come strumento per imporre la forza.

Jago, Natura Morta, 2025, Marmo statuario, 127x61x39 cm, Photo by Jago,
© JAGO, by SIAE 2025

Il contenitore si adatta a tutto: dalla guerra ai femminicidi, dalla ricerca della sicurezza al sempre maggiore senso di fragilità dei nostri tempi. Ironico forse accostare la morte violenta a un artista che fuggì tutta la vita da una condanna per aver ucciso un uomo in una rissa.

L’immagine è comunque estremamente potente: l’arma diventa quasi un invito, costringendo lo spettatore a porsi la domanda di cosa si annida dentro di sé, se l’istinto è quello di allontanare lo strumento di morte o servirsene. L’opera di Jago ci pone davanti al nostro essere umani e fallibili nelle nostre certezze, così come la Canestra di Caravaggio fa con i suoi frutti contaminati dalla morte.